(Economy) – In campagna elettorale sono “eroi in divisa”, “baluardi della sicurezza”, “uomini e donne che mettono a rischio la vita per tutti noi”. Poi, quando si tratta di passare dalla standing ovation ai bonifici, gli stessi eroi diventano improvvisamente un centro di costo da comprimere. È più o meno questa la fotografia, impietosa, che arriva da Strasburgo: il Comitato europeo dei Diritti sociali ha bocciato l’Italia per aver lasciato poliziotti e militari fuori dalla previdenza complementare per trent’anni, mentre il resto del pubblico impiego si accomodava da tempo al tavolo dei fondi Espero, Perseo & co.
La decisione, contenuta nel caso “Associazione Sindacale Militari (ASSO.MIL.) v. Italy, Complaint No. 213/2022”, dice chiaro e tondo che il nostro Paese ha discriminato i lavoratori in divisa non istituendo per loro i regimi pensionistici integrativi previsti, invece, per altre categorie di dipendenti pubblici. Tradotto in meno legalese: niente contributo del datore di lavoro ai fondi integrativi, nessuna possibilità di trasferire il montante a proprio vantaggio a fine servizio, zero agevolazioni fiscali. Un buco che non è solo giuridico, ma molto concretamente economico. Mentre un insegnante o un impiegato pubblico può contare su un 1% aggiuntivo pagato dallo Stato a favore del proprio fondo negoziale, per oltre 476 mila poliziotti e militari in servizio, secondo i dati più recenti, quel secondo pilastro previdenziale è rimasto una promessa scritta nelle leggi ma mai trasformata in realtà.
Il Comitato europeo non usa giri di parole: questo trattamento differenziale, basato esclusivamente sullo status di poliziotto o militare, pone chi indossa la divisa “in una posizione meno favorevole, senza scopo e giustificazione legittimi e ragionevoli”. La mancata estensione dei meccanismi di pensione complementare previsti per altri lavoratori pubblici viene definita una “flagrante discriminazione, ingiustificata e sproporzionata”, che colpisce proprio chi svolge un lavoro pericoloso e delicato per la collettività. In pratica: chi dovrebbe essere maggiormente tutelato, finisce con l’avere meno protezioni sociali degli altri. Altro che “specificità” delle Forze armate e di polizia: sulla previdenza, la specificità sembra essere solo la penalizzazione.
Il paradosso politico è servito, e ASSO.MIL. non fa nulla per edulcorarlo. “L’attuale Governo, che sempre si è dichiarato vicino a poliziotti e militari, ha fatto di tutto per affossare le nostre legittime rivendicazioni, addirittura tentando di mettere in discussione la nostra titolarità a rappresentare il personale”, denuncia il presidente Federico Menichini, ricordando che da Palazzo Chigi sono arrivate parole calorose e stretti di mano, ma non una vera disponibilità a sedersi al tavolo per chiudere una vicenda aperta da oltre trent’anni. Si chiede sempre di più “a una categoria a cui si dà sempre meno”, osserva, e non solo in termini economici: il messaggio implicito è che, se il sindacato militare fa davvero il sindacato, rischia di risultare meno gradito di quelli che si limitano alle foto di rito.
Sul piano giuridico e tecnico, l’avvocato Egidio Lizza, che ha curato il ricorso a Strasburgo, sottolinea come le violazioni accertate comportino un danno netto: trent’anni senza contributi datoriali in fondi integrativi equivalgono a pensioni più basse e a un gap difficilmente colmabile per il personale in divisa. La legge italiana, ricorda, aveva previsto sin dagli anni Novanta l’istituzione di forme pensionistiche complementari per compensare il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, ma, nel comparto sicurezza e difesa, quelle procedure negoziali non sono mai arrivate al traguardo. I fondi di categoria degli altri pubblici dipendenti, come Espero e Perseo-Sirio, funzionano da anni con uno schema semplice: il lavoratore versa almeno l’1% della retribuzione e lo Stato aggiunge un altro 1%, con vantaggi fiscali sulla quota versata. Per i militari e le forze di polizia, invece, lo Stato si è fermato alla teoria: le norme-quadro ci sono, ma i passaggi attuativi non sono mai stati completati.
Non stupisce quindi che il legale parli di “battaglia legale” destinata a proseguire nei tribunali nazionali, forte di una pronuncia europea difficilmente ignorabile. L’obiettivo, insiste, è doppio: da un lato, avviare finalmente la costituzione di fondi di previdenza complementare per il comparto sicurezza e difesa, riconoscendo a poliziotti e militari la stessa libertà di scelta dei colleghi civili; dall’altro, ottenere un risarcimento per i pregiudizi economici accumulati in tre decenni di inerzia. In cifre, si tratta di un onere potenziale per lo Stato di circa 250 milioni di euro annui, se si applicasse anche alle Forze armate e di polizia lo schema contributivo oggi previsto per molti dipendenti pubblici (1% a carico del datore di lavoro, a fronte di un 1% del lavoratore) su un monte salari stimato in oltre 25 miliardi l’anno.
È qui che la retorica politica mostra tutta la sua fragilità. Per anni la destra di governo ha costruito buona parte della propria identità sul richiamo ai “tutori dell’ordine”, rivendicando di essere l’unica forza davvero schierata al fianco di poliziotti e militari. I decreti sicurezza, le promesse di “pene più severe” e gli appelli all’orgoglio nazionale in uniforme hanno occupato metri di palinsesto televisivo. Poi arriva un organismo europeo e certifica che proprio quella categoria così celebrata nelle piazze è stata, sul fronte pensionistico, trattata come figlia di un dio minore rispetto agli altri dipendenti pubblici. Politicamente, il cortocircuito è evidente: il Governo che chiede alla divisa di garantire ordine nelle manifestazioni, di presidiare le frontiere, di gestire emergenze e crisi, si presenta in Europa come il datore di lavoro che, per trent’anni, non ha trovato il tempo (o le risorse) per attivare un fondo integrativo di comparto.
Dal punto di vista del consenso, è un boomerang difficilmente gestibile con un comunicato di circostanza. Menichini rivendica che “il nostro modo di fare sindacato, ben diverso dall’attuale panorama in cui il bene comune non sembra più rappresentare la priorità, ha prodotto un risultato importantissimo che permetterà a chiunque di capire le differenze fra chi svolge una funzione a tutela dei lavoratori e chi, invece, fa altro, nonostante altisonanti dichiarazioni di circostanza”. Traduzione: mentre il Governo cercava di mettere in discussione la rappresentatività dell’associazione che aveva osato fare ricorso, quel sindacato ha ottenuto una condanna europea che obbliga l’Italia a mettere mano al portafogli. Chiamatela, se volete, pedagogia istituzionale.
Sul piano più ampio delle politiche previdenziali, il caso ASSO.MIL. si inserisce in una discussione che nel comparto Difesa e Sicurezza va avanti da anni: quella sulla cosiddetta “previdenza dedicata”, cioè un modello che tenga conto della specificità del lavoro in uniforme, dei carichi psicofisici e dei limiti di età più bassi rispetto ad altre categorie. Finora la risposta è stata un misto di rinvii, ordini del giorno parlamentari e circolari tecniche, senza un vero salto di qualità. La pronuncia del Comitato europeo dei Diritti sociali cambia il baricentro: non si tratta più solo di una rivendicazione sindacale, ma di un accertamento di violazione della Carta sociale europea riveduta, che impegna il Governo a “migliorare progressivamente il sistema di sicurezza sociale” e ad eliminare le discriminazioni in danno dei lavoratori in divisa.
Resta da capire se l’Esecutivo deciderà di prendere la palla al balzo o continuerà a giocare di rimessa, magari provando a minimizzare la portata della decisione in nome dei “vincoli di bilancio”. È la stessa logica per cui un 1% di contribuzione aggiuntiva a favore di chi pattuglia le strade h24 viene considerato un lusso, mentre miliardi di spesa una tantum trovano in poche ore la loro copertura quando servono a campagne bandiera. La differenza, ora, è che Strasburgo ha messo nero su bianco che quella scelta non è solo politicamente discutibile, ma anche giuridicamente insostenibile.
Nel frattempo, poliziotti e militari continueranno a fare ciò che fanno da sempre: garantire ordine, sicurezza e presenza sul territorio, magari partecipando alle celebrazioni di turno mentre i loro colleghi civili, a parità di carriera, si portano a casa un pezzo di pensione integrativa in più. Se la politica vorrà continuare a chiamarli “eroi”, dovrà prima o poi spiegare perché, sul secondo pilastro previdenziale, li ha tenuti per trent’anni su un gradino più basso. Questa volta, però, non basterà una medaglia: servirà un fondo, qualche centinaio di milioni l’anno e, soprattutto, la volontà di riconoscere che la fedeltà alla divisa non può essere data per scontata mentre si pratica, nei fatti, una fedeltà intermittente ai suoi diritti.

